È stata la mano di Elsa
di Lucia Cassarà
Dott.ssa magistrale in Cinema,
Televisione e Produzione multimediale
Dott.ssa magistrale in Pianoforte
Triste e leggera, forte e indolente, viva e solitaria, incantata e incantatrice, Parthenope si svela come l’epopea di una protagonista che affascina e sfugge, un ritratto complesso e magnetico che incarna l’essenza stessa della grande bellezza femminile.
Nata dal mare la sua storia è un percorso “lungo il transito dell’apparente dualità”: tra cielo e terra, sacro e profano, demonio e santità. Gli anni che Sorrentino descrive sono “gli anni di un’estate fugace, culla di amori tanto veloci da sfiorare appena il cuore, senza lasciare il tempo di gustarli appieno”. La ricerca di un significato profondo nella vita si intreccia con un’intima celebrazione di Napoli, palcoscenico di luci e ombre, di spettacoli e misteri.
Ma più di ogni altra cosa, Parthenope è la rappresentazione di una bellezza che, pur nella sua potenza, è anche fragile, incompiuta, destinata a sfiorire con il tempo.
Sorrentino riesce a fondere l’essenza di Napoli con un immaginario poetico che potrebbe richiamare l’universo morantiano. Le atmosfere del film sembrano evocare, in modo sottile e di certo involontario, gli echi letterari degli scritti di Elsa Morante. Alcuni fotogrammi, tra i quali le scene notturne del Capodanno napoletano, svelano un’atmosfera che ricorda l’intensità narrativa dell’autrice. Ed è come se i suoi romanzi avessero ispirato la scelta delle location, dell’illuminazione sul set e di quel mistico che solo certi quartieri di Napoli sanno regalare.
Che Sorrentino sia un ammiratore della grande autrice è difficile dirlo, ma è certo che la città di Napoli emerge in tutta la sua complessità, in un viaggio attraverso i vicoli e le piazze, le luci e le ombre di una città che vive di contrasti, e che, proprio come le opere della Morante, è al tempo stesso affascinante e misteriosa, intrisa di un’atmosfera che sfuma il confine tra realtà e sortilegio.
Il personaggio di Parthenope incarna dunque la magia, sia sacra che profana, della sua terra. Dai nudi in acqua alle scene scabrose dal vivo sapore pasoliniano, Sorrentino tratteggia un luogo capace di compiere miracoli (come quello di San Gennaro) e al contempo riflette i vizi, le sue ombre e una certa leggerezza. L’acqua diventa un importante elemento del film, un simbolo che incarna la fluidità della memoria, la mutevolezza delle emozioni, e la continua ricerca di senso.
Ciò che accomuna gli scritti della Morante e il film di Sorrentino è la percezione della vita e delle cose con una sensibilità che cattura il “demone” nascosto in ogni aspetto dell’esistenza. È questa stessa tensione interiore che conferisce un’aura fiabesca sia ai racconti della Morante che alle sequenze del film. In entrambi i casi, ci si trova di fronte a un universo narrativo ricco di suggestioni, dove il quotidiano si tinge di mistero e simbolismo, in una continua ricerca di un senso nell’esistenza, di tensione tra memoria e mito, tra gioia e dolore.
Il segreto dello stile di Elsa Morante risiede tutto nel suo sguardo complesso e stratificato, che va oltre la mera descrizione, evocando invece un paesaggio interiore profondo e sfuggente. Tale complessità emerge anche in alcuni scene di Parthenope, dove Sorrentino, con un tocco visionario, riesce a far emergere quella stessa malinconia dei personaggi morantiani.
“Le isole del nostro arcipelago laggiù, sul mare napoletano sono tutte belle. Su per le colline verso la campagna la mia isola ha stradine solitarie chiuse tra muri antichi […] là nei giorni quieti il mare è nero e fresco e si posa sulla riva come rugiada. Ah io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino, mi accontenterei di essere uno scorfano che è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare nell’acqua”. Potrebbe essere la descrizione perfetta per scegliere i luoghi dove girare il film di Sorrentino, e non è altro che la descrizione iniziale che Elsa Morante fa dei luoghi campani ne L’Isola di Arturo, romanzo grazie al quale fu la prima donna a vincere il Premio Strega nel 1957.
La stessa casa in cui abita la protagonista del film, con la sua carrozza nella quale dorme, ricorda quella descritta da Arturo: “La mia casa è là malefica e meravigliosa, come un ragno d’oro che ha tessuto la sua tela iridescente sopra tutta l’isola”.
In Parthenope Sorrentino ci guida attraverso una carrellata cinematografica che si snoda tra i vicoli di Napoli di notte, mostrando gli interni delle case dei più poveri, evocando atmosfere che ricordano i racconti de Lo scialle andaluso, in particolare quelle de Il ladro di lumi: “Dalle finestre vedevo passare gli uomini pallidi, le donne brune dall’espressione quasi sempre volgare o torva, i ragazzi seminudi, grigi di polvere […] Alcuni hanno vesti bizzarre, fatte di stracci, dai colori diversi e sbiaditi, o fasce di cencio intorno al busto; […] certe donne portano vesti ampie che strisciano per terra senza rumore e bistri e rossetti sulla pelle. Nessuno di loro ha le ali; sembrano talpe uscite dalla terra”.
Per dirla con Giorgio Caproni i racconti de Lo Scialle Andaluso “sono come pieni di incantesimo nel senso più profondo, i cui confini tra magia e poesia sono così sfumati da far perfino dubitare della loro esistenza”. Questa dimensione sospesa, dove reale e il fantastico si fondono e confondono, trova eco nei volti dei personaggi che Parthenope incontra nel suo cammino da John Cheever, al professore universitario Marotta, dalle attrici Greta Cool e Flora Malva al vescovo in attesa del miracolo di San Gennaro: ognuno di loro sembra custodire un segreto. E, come le pagine della Morante, anche il film ci lascia con una domanda irrisolta e sospesa: cosa rimane di un amore, di una città, di un ricordo, quando tutto svanisce nel tempo?