Bergman e la musica classica

di Lucia Cassarà
Dott.ssa magistrale in Cinema,
Televisione e Produzione multimediale
Dott.ssa magistrale in Pianoforte

“La musica di Bach è stata fedele con me e mi ha aiutato nelle crisi, fedele come il mio stesso cuore.”

Così scriveva il regista Ingmar Bergman nella sua autobiografia Lanterna magica, raccontando il suo legame con la musica, costante fonte di conforto e sostegno della sua esistenza.
Tra i cineasti più influenti dello scorso secolo, Bergman ha saputo combinare la profondità esistenziale delle sue narrazioni con un uso magistrale della musica classica. 
Il suo cinema, caratterizzato da una costante esplorazione delle tematiche umane, esistenziali e spirituali, è un terreno fertile per le grandi opere dei più celebri compositori classici.
Film come La fonte della vergine (1960), Il posto delle fragole (1957), Il settimo sigillo (1957) si immergono in questioni profonde quali la fede, la morte, la solitudine e l’amore ed è spesso la musica che sottolinea le emozioni più profonde dei personaggi. Come nota il critico Adrian Martin: “Bergman sa come usare la musica per suggerire significati più profondi, sfumature che le parole da sole non possono esprimere”.

Il repertorio classico occupa un posto fondamentale nel suo cinema, non come colonna sonora, ma piuttosto come vero e proprio personaggio che interagisce con le immagini e i temi. Opere di compositori come Bach, Mozart e Chopin sono frequentemente utilizzate per arricchire le esperienze emotive dei suoi film.
L’uso che il regista svedese fa della musica di Bach varia da film a film: in Silenzio (1963) assume valore di fiducia e speranza in una condizione migliore; in Sarabanda (2003) accompagna l’illusione di una vicinanza desiderata tra padre e figlia; in Sussurri e grida (1972) copre le parole di un dialogo fra due donne: Karin e Maria.
Bergman stesso affermava: “La musica di Bach è il cuore del mio cinema. Essa comunica l’impossibilità di trovare risposte a domande fondamentali”.

Anche Sinfonia d’autunno (1978) presenta eleganti citazioni del repertorio classico, ne sono esempio il Secondo Preludio di Chopin, il Concerto in la minore di Schumann e la Sonata Recorder in la minore HWV362 di Händel.
E di certo la formazione teatrale di Bergman ha influenzato profondamente il suo rapporto con la musica; per dirla con Gilles Deleuze: “la musica in Bergman non è solo un accompagnamento, ma un elemento narrativo che aiuta a costruire il tempo e lo spazio del film”.

L’eredità del regista svedese non si limita alle sue straordinarie narrazioni cinematografiche, ma si estende anche al modo in cui ha saputo integrare la musica classica nel suo linguaggio visivo, come una vera lezione.
In un mondo in cui il cinema è spesso ridotto a un mero intrattenimento di prodotti confezionati a tavolino, per un successo sicuro, la visione di Bergman ci ricorda che la vera arte va oltre queste dinamiche ed ha ancora il potere di indagare la profondità dell’animo umano.
La musica classica come strumento narrativo e mezzo di espressione non solo arricchisce la pellicola, ma la rende anche un’opera senza tempo, sempre attuale e di grande spessore culturale.

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